Massimo Montanari insegna Storia medievale e Storia dell'alimentazione all’Università di Bologna, dove è anche direttore del Master "Storia e cultura dell'alimentazione".
Insegna anche all'Università di Scienze Gastronomiche di
Pollenzo. È ritenuto a livello internazionale uno dei maggiori
specialisti di storia dell'alimentazione. Tra i suoi libri, Il cibo
come cultura, L'Identità italiana in cucina, Storia
dell'alimentazione e Il riposo della polpetta e altre
storie intorno al cibo, Roma-Bari, Laterza (2009), da cui
è tratto il contributo proposto di seguito.
Si ringrazia il Prof. Massimo Montanari per l'autorizzazione
alla pubblicazione su www.persapernedipiu.info.
McDonald's è compatibile con le identità
locali?
Il cibo è un fondamentale strumento di identità culturale. La
ricetta migliore è sempre quella della mamma, perché lì (nella
mamma, e in tutto ciò che essa rappresenta) si trovano, o si
vogliono trovare, le radici dell'identità personale. Ma allora,
quando al cibo della mamma si oppone il cibo di McDonald's, ci
troviamo di fronte a un conflitto tra affermazione e annullamento
dell'identità? Tra identità e non-identità?
Niente affatto. Se il villaggio globale non è un'invenzione del
sociologo McLuhan ma una realtà del nostro vivere quotidiano,anche
questa identità ci appartiene. Il cittadino di Imola (che si
riconosce nel cibo della sua città e delle sue campagne) è anche
cittadino di Romagna, d'Italia, d'Europa. Ciascuna di queste
identità - tutte mutevoli, tutte in costruzione - vuole i suoi
simboli alimentari. Il villaggio globale ha McDonald's, uguale
dappertutto, rassicurante, materno (la grande M, rotonda come il
seno). Pensare all'hamburger come a una non-cultura, a una
non-identità, è un grave errore di prospettiva. L'hamburger
possiede, sul piano simbolico, uno spessore culturale assai più
profondo di quanto a prima vista non appaia.
Del resto, l'hamburger non è mai uguale a sé stesso. Dappertutto
è accompagnato da studi di mercato che non parlano solo il
linguaggio delle cifre ma anche (secondariamente, magari) quello
dei gusti e delle tradizioni. La salsa non è la stessa ovunque. Il
rapporto fra dolce e salato cambia da paese a paese. L'uniformità
del gusto non esclude varianti e questo significa che perfino
l'hamburger non può prescindere dalle identità locali. Oggi è
persino costretto a convivere con proposte vegetariane. Forse
questo significa che una convivenza fra la cucina di McDonald's e
la cucina della mamma è possibile. Direi di più: la stessa
diffusione di modelli alimentari 'globalizzati', come quello di
McDonald's e dei suoi concorrenti, paradossalmente ha eccitato la
ricerca delle diversità, la ricostruzione di radici più o meno
inventate, la riscoperta o reinvenzione delle tradizioni 'locali'.
Il corpo sociale ha elaborato un formidabile antidoto al rischio
dell'omologazione culturale. Mettere in retele culture locali,
diffonderle, farle conoscere, condividerle è stata la risposta
positiva a questo rischio. Utilizzando il villaggio globale come
luogo di scambio anziché di omologazione. Globalizzando la
biodiversità gastronomica e culturale.
(Foto Copertina del libro "Il riposo della polpetta e altre
storie intorno al cibo", Roma-Bari, Laterza).
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